giovedì 30 maggio 2013

Siamo ancora appesi a quella trave







A New York nel 1932 la pausa pranzo degli operai che partecipavano alla costruzione dell’RCA  (il principale edificio del Rockefeller Center, oggi proprietà e sede di General Electric), si faceva standosene tranquillamente seduti su una trave. Finzione o realtà? Quello che conta sono gli undici operai, undici storie, appese ad un cavo. In apparenza la stessa disinvoltura dei loro concittadini, che invece, alla stessa ora, occupavano la sedia di un affollatissimo fast-food. Aprivano il loro porta-pranzo, ritrovando nei pochi grammi del loro panino, un pezzo di casa. Nella loro apparente normalità, nei loro sguardi distesi, nelle loro chiacchiere, se si scruta con attenzione, traspare l’inquietudine e il significato del loro gesto. Vite appese ad un cavo per non rimanere appese alla disperazione. La disperazione di chi è costretto ad accettare le condizioni precarie di quel lavoro che non nobilita l’uomo ma solo gli interessi di chi glielo offre. La dignità, e al contempo disperazione, di chi sfida le regole della natura per cercare di migliorare le regole di quella società civile che non conosce rispetto. Non è difficile intuire i pensieri di questi uomini. La loro protesta è portatrice di un messaggio forte e urlato in silenzio: il loro grido chiede condizioni di lavoro in sicurezza e salari adeguati. Siamo proprio sicuri che si tratti di un mezzogiorno di quasi cento anni fa? Siamo proprio sicuri di trovarci a New York? Forse le distanze sono più brevi di quanto possa sembrare e la “Grande Mela” è proprio accanto a noi, così come il tempo non scorre poi così veloce come pare, oppure la macchina del tempo è già stata scoperta e invece di vivere nel nuovo millennio, ancora oggi, ogni giorno, riviviamo quegli attimi di quel pranzo. Purtroppo, infatti, siamo ancora appesi a quella trave!

Roberta Musumeci

Francesco Foti - Intervista al cantautore




 
Francesco Foti è nato a Giarre (CT) nel 1979 (www.francescofoti.net, NdR). Cantautore e poeta, ha già pubblicato due sillogi di poesia in vernacolo siciliano: “Afotismi”  e “Jettu uci senza vuci”  entrambi prefati da Mario Grasso ed editi dalla Casa Editrice Prova d’Autore. È membro del Gruppo Letterario Convergenze con il quale svolge un’intensa attività culturale in tutta la Sicilia. Nelle vesti di autore ha firmato due canzoni del nuovo disco “IO” di Alessandro Canino in edizioni “ROS group” di Rossano Eleuteri e distribuzione “Self” in uscita il 4 giugno 2013.
Sempre in edizioni “ROS group”, tra qualche settimana uscirà il suo primo singolo dal titolo “L’uomo nero”.


1.      Francesco Foti, cantautore e poeta, cosa è per te la parola?

La parola è un mezzo fondamentale per la comunicazione, specie nel mio lavoro, perché non può esistere una canzone senza parola, come non può esistere poesia senza parola. Anche se in questo secondo caso, il discorso potrebbe diventare molto più complesso, poiché ritengo che una melodia possa da sola esprimere poesia.


2.      In un’epoca in cui tutto deve avvenire e divenire in tempi brevissimi, come vivi il tuo essere artista?

L’epoca attuale, che è quella del consumismo, della globalizzazione e dell’apparire, tende a soffocare la qualità. Le nuove generazioni spesso ignorano i sacrifici che stanno dietro un podio, in riferimento a qualsiasi tipo di traguardo: di un percorso di studi, sportivo o artistico. Purtroppo, si pensa che tutto sia dovuto quando è chiaro che non è così. Se si crede, si ama e si desidera fermamente qualcosa, occorre lottare per raggiungerla, studiare per far sì che il traguardo si avvicini. In TV ci propinano parecchi talent, ma io sono convinto che, il talento da solo non basti, restando una dote fine a sé stessa. Occorrono, appunto, studio e sacrifici. Invece si cerca di far credere che sia possibile ottenere tutto con il minimo sforzo o addirittura senza. È chiaro come questo modo di fare sia finalizzato a confezionare un prodotto di consumo “usa e getta”, perché, com’è vero che in tre mesi si fa credere di essere diventati artista, è altrettanto vero che poco dopo, il 90% di questi “artisti” si possa ritenere finito perché la TV urla impietosa “avanti il prossimo”.
Personalmente, sono sempre stato educato ai sacrifici e al sudore perché sono le uniche due cose che ripagano realmente, seppur in tempi più lunghi.


3.      In un tempo scandito dai ritmi frenetici di smartphone e tablet, come scrivi le tue canzoni?

Indubbiamente la tecnologia è di grande aiuto, spesso registro al volo una melodia, canticchiandola al registratore del telefonino, per non farla dileguare. Quindi, non appena possibile prendo chitarra, carta e penna ed affino il tutto.
Non mi privo neanche di utilizzare una vecchia macchina da scrivere; in verità lo faccio più quando scrivo poesie in seguito ad un flusso creativo. Ritengo che la macchina da scrivere con i suoi caratteri impressi con forza sulla carta, creando rilievi e piccole fossette, aiuti a mantenere una visione romantica della vita. E poiché mi considero un nostalgico romantico, adoro particolarmente tutto ciò che conserva in sé un aspetto ed un sapore antico. Di questo potrei parlare ore ed ore senza mai stancarmi, quindi magari al momento mettiamo un punto qui (lo dice ridendo, NdR).


4.      Com’è nata la collaborazione con Alessandro Canino che tutti ricorderanno per la canzone “Brutta” che lo rese celebre negli anni novanta?

La collaborazione con Alessandro Canino è nata grazie al mio produttore Rossano Eleuteri. Sia io che Alessandro siamo entrati a far parte della “scuderia” ROS group (www.rosgroup.it, NdR) più o meno nello stesso periodo e subito dopo ci siamo ritrovati in studio a Rovereto, che si trova in provincia di Trento. Durante il lavoro di scelta delle mie canzoni per il mio disco, Rossano che è lungimirante ha capito subito che alcuni miei brani, con alcune modifiche e adattamenti, sarebbero stati perfetti per il disco di Alessandro, che ha ben accolto la collaborazione apportando una classe indiscutibile: da lì è nato un lavoro a sei mani per le due canzoni che sono “L’amore è amore” e “Sarai”. Ovviamente mi ritengo molto fortunato di poter vantare una collaborazione di questo livello con due artisti che, nonostante abbiamo ciascuno un curriculum così importante, mantengono costante una profonda umiltà.


5.      “L’uomo nero” è il tuo primo singolo, che anticipa l’uscita del tuo primo album. Il brano affronta il delicato tema della pedofilia in chiave quasi fiabesca: come nasce?

Il brano nasce come una dolce ninna nanna con la parola “nero” che salta qua e là tra le sue note. Pensando ai diritti dell’uomo e nello specifico a quelli dei bambini che sono sempre vittime innocenti. La “fusione” di parole e musica è stata un’alchimia incredibile, ho buttato tutto giù di getto senza fermarmi, limando solo pochissimo in seguito il testo. Il risultato è molto equilibrato ed efficace, e ritengo che la canzone mantenga una sua aura fiabesca nonostante la tematica trattata sia molto cruda. L’arrangiamento curato da Rossano Eleuteri ha conferito al tutto una morbidezza e un’atmosfera da sogno.

Roberta Musumeci

Falcone e Borsellino



Falcone e Borsellino

Due vite dedicate alla lotta alla Mafia

Maggio - Luglio ’92, a Capaci ed in via d’Amelio, in date ravvicinate, la mafia colpisce due giudici impegnati contro la criminalità organizzata, Falcone, compresa la moglie, e Borsellino, a fargli da scudo gli agenti di scorta uccisi nell’attentato. Giudicati estremamente pericolosi e ritenuti “vecchi nemici di “Cosa nostra”, già agli inizi degli anni ’80 con decisione venne dichiarata la loro morte, e definita nel ’91 dal Capomafia di Corleone, Salvatore Riina. Nel ’92 vennero riprese le immagini dell’attentato. Dopo 19 anni, è stato rilevato un importante dettaglio, una presunta agenda rossa, che coinciderebbe con quella di Borsellino, ancora oggi scomparsa. Il procuratore, Lari, dichiara: “Verranno effettuate tutte le verifiche per accertare la verità”. Inoltre venne prosciolto per mancanza di prove un ufficiale dei carabinieri, indagato per essere stato ripreso con la valigetta di Borsellino, che si dirigeva nella direzione opposta all’attentato, ritrovata  vuota nell’auto vicino al corpo.
Ad oggi l’ esposto anonimo, inviato al pm di Palermo, Di Matteo, ha aperto un fascicolo riguardante i dettagli citati nel dossier e le presunte trattative Stato – mafia, dichiarando il procuratore capo di Caltanissetta, Lari: “Vi sono in atto delle verifiche investigative, non posso dire come ci stiamo muovendo, ma posso assicurare che lo stiamo facendo con la massima prudenza”. Sono passati 21 anni dagli attentati che hanno turbato l’ Italia, dal 2002 viene celebrata la cerimonia di commemorazione di tutte le vittime delle stragi mafiose, in un progetto promosso dal Miur e dalla fondazione Giovanni e Francesca Falcone, in cui parteciperanno più di 1300 studenti che salperanno nelle 2 Navi della legalità, ribattezzate Giovanni e Paolo, dirette a Palermo nell’aula bunker del maxi-processo, Ucciardone, per dire “No alla mafia” e per “non dimenticare”.    
  
 La mafia ancora esiste, le stragi, i depistaggi nelle indagini, gli accordi segreti tra Stato – mafia e gli esponenti corrotti delle istituzioni continuano ad esserci, ma qualcosa è cambiato. Dallo sforzo di tanti uomini di giustizia per sconfiggere la criminalità organizzata al ridimensionamento del potere mafioso,  decapitando la cosiddetta “cupola”, annientata dalla perseveranza dei due giudici che hanno lottato contro la mafia.

Citando alcune dichiarazioni di Falcone e Borsellino: “La mafia non è invincibile, è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine”; “Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo, continuando la loro opera…dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo”; “In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato, che lo Stato non è riuscito a proteggere…si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande”; “La sua vita è stata un atto d’amore verso questa città, verso questa terra che lo ha generato”.


Elisa Spampinato

Donne strappate alle vita






In quest’ultimo anno 2013 i casi di femminicidio e di stupro hanno preso il sopravvento, quasi ogni giorno sentiamo dai mezzi di informazione notizie di cronaca che riguardano i casi citati precedentemente, molto spesso con un risvolto negativo, con l’uccisione della compagna, della ex, della moglie o della ragazza, pochi sono i casi in cui la vittima con tutte le sue forze cerca di salvarsi, e da quest’ultima azione solo per essersi difesa, l’uomo, l’ex, che non accetta la fine di un rapporto, il compagno spesso di una vita, cerca di prevaricare con tutte le sue forze su quel corpo indifeso, già picchiato, massacrato di botte o difettato, con qualche osso rotto, o ancor peggio estirpata violentemente la bellezza di quella donna, sfigurata, anche con quella diabolica sostanza, che toglie il respiro, che mangia la pelle, che non lì permetterà di specchiarsi e di vedere il proprio volto, il proprio corpo, ma dentro solo un enorme vuoto, una non comprensione del gesto di quell’ uomo di cui tanto si era innamorata.  
Un raptus, un gesto folle, incontrollabile che colpisce ferocemente l’ uomo, forse quell’ uomo geloso, possessivo, che pensa di avere una proprietà esclusiva della propria donna, intesa non di appartenenza di un sentimento che lì lega, ma di appartenenza oggettiva, malata, irrefrenabile, che urta il suo io meschino e dominatore, attribuendo alla donna il compito di obbedienza assoluta, solo per danneggiare e passarsi il capriccio di manifestare quel sentimento che nutre di frustrazione, insoddisfazione e di malessere, che lo percuote da tempo e lo avventa sulla donna che possiede, quel sentimento di amore che è solo suo e di nessun altro, oppure avventandosi sulla prima donna che ha mirato, che accidentalmente si trova nel posto e nel momento sbagliato.
L’ultimo caso feroce, divulgato ed appreso dalle notizie di cronaca in questi giorni, ha colpito una giovane ragazzina adolescente, di soli 16 anni e tutta una vita davanti, che le è stata strappata spietatamente e disumanamente la sua esistenza. Uccisa con 20 coltellate e poi appiccato il fuoco, su quel corpicino ancora vivo, è quello che è stato dichiarato, dopo insistenze, dal fidanzato della vittima, sotto interrogatorio dal pm della Procura di Rossano. Giustificando il suo gesto, senza neanche un minimo di pentimento per la gravità compiuta, dichiarando, che la giovane ragazza l’aveva aggredito, e lui l’ ha accoltellata, più volte, il tutto era iniziato con la lite rivolta alle frequentazioni nel periodo in cui avevano interrotto la relazione.
Gli amici di Fabiana raccontano di un rapporto morboso nei confronti della ragazzina, fino ad arrivare, spesso, il giovane fidanzato a picchiarla. La famiglia non vuole parlare, è chiusa nel proprio dolore, la mamma della ragazza rivuole indietro sua figlia, uccisa barbaramente ed ingiustamente.
La rabbia del Paese esplode già nella serata del ritrovamento del cadavere carbonizzato della ragazza e del fermo del ragazzo, la famiglia conosciuta in paese per le attività commerciali del padre, gli abitanti di Corigliano Calabro, dichiarano: “Troppo grande quello che ha fatto, dovrebbero ammazzarlo”. L’arcivescovo del paese, interviene: “Mi auguro che si stronchino i toni accesi della rabbia e della vendetta e si trovino i gesti di solidarietà, amore, perdono per non far sentire sole le vittime di questa tragedia, gesto orribile e violento che certamente esige una condanna precisa”.
Non sò fino a che punto si possa perdonare per gesti ignobili, disumani come questo, uccisa atrocemente per gelosia. Genitori, parenti, amici della vittima cercano dentro di loro di ritrovare quell’equilibrio meditato e spezzato, che mai risanerà quell’assetto famigliare costruito e voluto.
Il ruolo della donna nella nostra società è molto cambiato rispetto a qualche anno fa, la sua emancipazione, la sua indipendenza ha portato nell’uomo la non attribuzione di un assoluto potere, ma l’alleanza di poter governare insieme. Oggi giorno la donna assume all’ interno della società compiti, responsabilità, che molte volte scavalcano l’ uomo, quell’ uomo costruito secondo un preciso schema regresso, che non vuole essere comandato, solo perché è al di sotto di un capo donna, e pensa di poter permettersi di fare e dire tutto ciò che vuole, ma non è così, è una classificazione di un uomo sciocco, prepotente, che non ha regole, ma che le impone agli altri, quelle regole stesse che sono tanto fondamentali per il quieto vivere civile, che vengono scavalcate molte volte da atteggiamenti aggressivi, disonesti, come il caso annunciato del fidanzato geloso, a cui non  rimarrà nulla, ma solo le immagini, il pensiero dell’ orribile omicidio, gesto di follia da cui verrà sempre visto con occhi di sfiducia, ma che adesso nell’omicida, condannato, per sempre, dal gesto orribile commesso, questo aspetto sottile è trascurato. 
Elisa Spampinato

Sette sataniche ed esoterismo.




Distinzione, “sintomi” e rischi dell’appartenenza a una setta.


Col termine “Satanismo” si fa oggi riferimento a correnti religiose anche molto diverse tra loro, non tutte legate all’adorazione del principe dei demoni. Distinguiamo, in primo luogo, il Satanismo occultista (i cui adepti accettano la visione cosmogonica descritta dalla Bibbia, schierandosi però “dall’altra parte”, adversus Deum) dal Satanismo razionalista o “moderno” (in cui Satana è assunto a figura simbolica, oppositiva nei confronti della morale comune, dei vincoli sociali precostituiti e della Chiesa). Un’ulteriore divergenza è offerta dal Luciferismo, di derivazione gnostica, dove il Diavolo è recepito all’interno di cosmogonie che lo presentano come un aspetto necessario –e quindi adorabile – del sacro. Svincolato da istanze spiritualistiche è infine il cosiddetto Satanismo acido, veicolato da musica che inneggia – più o meno esplicitamente – al Satanismo, i cui riti offrono, in realtà, un mero pretesto a orge e abusi sessuali, spesso preceduti dall’utilizzo di sostanze stupefacenti.
A favorire la diffusione di simili sette è innanzitutto l’eclissamento di una gerarchia di valori che priva il singolo del senso di appartenenza alla comunità in cui vive, distogliendo la sua socialità verso gruppi pronti a offrirgli un modello di riferimento alternativo e, conseguentemente, un nuovo senso di appartenenza sociale. Del resto, la perdita di attenzione per la spiritualità dell’uomo imposta dalla cultura consumistica è colmata dalla setta che offre ai suoi accoliti una verità escatologica segreta ed esclusiva che è insieme spazio alternativo di salvezza e riappropriazione di senso e di finalità per l’individuo.
A ben vedere, le sette si propongono un rinnovamento delle relazioni sociali e individuali. Non sono rari, tuttavia, esperienze di deterioramento psicologico (allucinazioni, ansia, paranoia, ecc.) e fisico, di perdita di volontà individuale e di incapacità d’instaurare relazioni al di fuori della setta. Questi fattori, uniti a radicali e improvvisi cambiamenti nel comportamento di una persona, devono segnare un campanello d’allarme e offrire una valida spia per le famiglie che si vedono così private dei propri affetti più cari.


Davide Spampinato